FINCHÈ CI GUARDI, NOI VIVIAMO

VOCI E SGUARDI TRATTENUTI NEL TEMPO

Questo progetto nasce da un’urgenza che non mi lascia dormire. Non voglio ricordare i morti, voglio che rimangano vivi. Voglio che continuino a parlare, a gridare le loro storie, a denunciare con la voce ciò che hanno già denunciato con la vita. Voglio che le loro parole non si spengano, che le loro battaglie non si chiudano in un libro di storia. Voglio che restino presenti.

A ciascuno di loro sto dedicando un ritratto, per restituire un volto, un’identità, una presenza. Perché nessuno sia perso, dimenticato o confuso nel numero. Dal primo all’ultimo, ognuno ha il diritto di essere guardato negli occhi. Ognuno ha il diritto di continuare a esistere.

Nel tratto della matita, nel gesto del disegno, io non sto solo rappresentando: sto trattenendo, sto tenendo qui, sto impedendo che scompaiano. I loro volti devono restare vividi, presenti, indelebili. Non devono scolorire nel tempo, devono continuare a guardarci, a interrogarci, a chiederci conto.

Questo non è un omaggio, non è un monumento. È una chiamata alla presenza, una memoria viva, una resistenza al silenzio. Perchè ” Finchè ci guardi, noi viviamo!”

EMANUELE NOTARBARTOLO

Non lo sapevo ancora, mentre salivo su quel treno il 1º febbraio 1893, ma quel viaggio da Palermo a Trabia sarebbe stato l’ultimo. Non avevo armi con me. Solo carte, documenti, e la convinzione, forse ingenua, che la verità potesse bastare a difendermi. Mi sbagliavo.

Mi accoltellarono alle spalle. Non per una rapina. Non per vendetta personale. Mi ammazzarono perché avevo osato mettere le mani dentro quella cloaca che erano diventate le finanze pubbliche, e in particolare la Banca del Regno. Avevo scoperto frodi, furti, nomi. E li avevo detti, scritti, denunciati.

Per anni avevo servito lo Stato. Sindaco di Palermo, direttore generale del Banco di Sicilia: cercavo ordine dove c’era caos, onestà dove c’era complicità. Ma la Sicilia era terra sottile, dove la legalità cammina sul filo del compromesso, e io quel filo lo avevo spezzato.

Non mi illudevo. Sapevo di essere odiato. Dai corrotti, dai politici collusi, da certi “onorevoli” che dell’onore avevano solo il titolo. Ma non credevo che avrebbero avuto il coraggio. Non così, non su un treno. In pieno giorno. Davanti a testimoni. Ma mi sbagliavo anche stavolta.

Mi colpirono con ferocia, con fredda determinazione.
Mi lasciarono in una pozza di sangue, tra i sedili della carrozza. E poi – come sempre – venne il silenzio. L’omertà. Le mezze verità. L’archiviazione. E solo anni dopo, tra mille depistaggi, si cominciò a parlare apertamente di mafia.

Io sono stato il primo. Il primo delitto “eccellente”. Il primo segnale che quella bestia, la mafia, non era solo un’ombra tra le campagne, ma una piovra con tentacoli che stringevano politica, banche, potere. Una verità che faceva paura allora, e fa paura ancora oggi.

Ma ascoltatemi bene: il mio sangue non è servito solo a sporcare un treno. È servito a scrivere una pagina che qualcuno, prima o poi, avrebbe letto. Perché si può uccidere un uomo. Ma non si può uccidere quello che rappresenta. E io, Emanuele Notarbartolo, rappresentavo l’idea che anche in Sicilia lo Stato potesse essere più forte dell’omertà.

E se oggi ricordate il mio nome, non è per i titoli o le cariche. È perché sono stato ucciso per onestà.
E questa, credetemi, è una medaglia che non mi toglierà nessuno.

Emanuela Sansone

Era il 28 dicembre 1896, due giorni dopo Natale. Quel giorno ero nel magazzino vicino a Piazza Ucciardone, quello che usavamo anche come pasticceria e bottola. Giocavo con i miei fratellini mentre mia madre, Giuseppa, serviva un cliente al bancone, pesando la pasta come sempre. Era una giornata come tante. Normale. Tranquilla.
Poi, all’improvviso, due spari. Secchi, violenti. Uno mi ha colpita alla tempia sinistra. Non ho capito subito. Solo il dolore, poi il buio. Mi hanno portata all’ospedale militare, ma era già troppo tardi. Ero già morta.
Dicono che non fosse un errore. Dicono che mi abbiano uccisa per punire mia madre, perché pensavano avesse denunciato certi uomini per falsificazione di banconote. Erano mafiosi. E avevano paura della verità.
Dopo la mia morte, mia madre ha trovato il coraggio di parlare. È stata una delle prime donne a collaborare con la giustizia. Ha scelto di non avere più paura.
Io sono morta a diciassette anni. Ma finché qualcuno racconta la mia storia, guarda il mio volto, pronuncia il mio nome, io non sparisco. Io resto.

Luciano Nicoletti

Ho vissuto a Corleone, dove ho messo radici fin da giovane. La terra era dura, ma lo eravamo anche noi. Ho lottato insieme ad altri uomini e donne per dare dignità al nostro lavoro. Ho fatto parte dei Fasci dei lavoratori, e non da spettatore. Ero tra quelli in prima linea durante lo sciopero del 1893. Lottavamo per i “Patti di Corleone”, per regole giuste, per non essere più sfruttati.

Non mi sono fermato lì. Ho continuato a battermi per le affittanze collettive, perché la terra non fosse solo dei padroni, ma anche di chi la lavorava. E questo, lo sapevo, mi avrebbe messo nel mirino. Quando dai fastidio a chi comanda con la paura, il conto arriva.

Era il 14 ottobre 1905. Tornavo a piedi dai campi. Ero stanco, ma sereno. Poi ho sentito qualcuno chiamarmi per nome. Mi sono voltato, e in quell’istante due colpi di lupara mi hanno colpito al petto. Non ho avuto il tempo di dire nulla.

Avevo cinquantatré anni, una moglie, cinque figli. E un sogno di giustizia che non è morto con me. Il mio omicidio è rimasto “a carico d’ignoti”, come se nessuno sapesse, come se nessuno avesse visto.

Ma io lo so, e chi guarda il mio volto adesso lo sa anche. Finché la mia storia viene raccontata, io non sono scomparso. Finché qualcuno ricorda perché ho lottato, io continuo a esistere.

Andrea Orlando

Facevo il chirurgo, ma non mi bastava curare i corpi: volevo guarire anche ciò che rendeva malata la mia terra. A Corleone, mi sono candidato tra le fila socialiste e sono stato eletto consigliere comunale. Una scelta chiara, forse scomoda. Ma necessaria.

Mi sono schierato contro chi da anni amministrava il comune come cosa propria. Denunciavo i metodi ingiusti con cui venivano stabilite le tasse. Sapevo bene che certi privilegiati non accettavano critiche, ma non mi interessava essere benvoluto: mi interessava essere giusto.

Non mi limitavo al consiglio comunale. Stavo accanto ai contadini nelle lotte per le affittanze collettive. Ho aiutato a fondare la cooperativa “Unione agricola”. Volevamo costruire un futuro diverso, più equo. Questo mi ha reso un bersaglio.

Per la mafia, per gli agrari, per certi politici di palazzo, ero un uomo da eliminare. E così hanno fatto. Era la sera del 13 gennaio 1906. Passeggiavo in contrada Rianciale, vicino a un mio pezzo di terra. Due colpi di lupara mi hanno colpito e sono morto sul colpo.

Avevo quarantadue anni. Non rimpiango nulla. Ho fatto quello che dovevo fare. Se oggi qualcuno conosce il mio nome, se guarda il mio volto, se ascolta la mia storia, allora non mi hanno tolto tutto. Finché ci guardate, noi viviamo.

Joe Petrosìno

Sono nato a Padula, in provincia di Salerno, ma la mia vita si è fatta in America. Emigrato da bambino, sono cresciuto a New York, dove ho scelto di servire la legge. Ho creduto fin da subito che la giustizia non dovesse fermarsi davanti a nessuno. E non mi sono mai fermato.

Ho combattuto la Mano Nera, la criminalità organizzata italoamericana, e sono stato il primo a capire quanto fosse pericolosa. Parlavano la mia lingua, venivano dalle mie stesse terre, ma non avevano nulla a che vedere con l’onore. Ricattavano, minacciavano, uccidevano. E io li inseguivo.

Sono entrato a far parte della polizia di New York, e poi a capo della prima squadra speciale contro il crimine organizzato. Avevo un’idea chiara: per fermarli, bisognava colpirli anche alle radici. Per questo, nel 1909, sono partito per l’Italia in missione segreta. Dovevo raccogliere informazioni sui mafiosi che dall’Italia arrivavano in America.

Ma a Palermo mi stavano aspettando. La mia presenza non rimase nascosta a lungo. La sera del 12 marzo 1909, in Piazza Marina, mi hanno teso un agguato. Quattro colpi di pistola. Sono morto lì, su quella terra che avevo lasciato da ragazzo.

Mi hanno ucciso perché non ero uno di quelli che si girano dall’altra parte. Ma se oggi ancora si racconta il mio nome, se il mio volto viene ricordato non come quello di una vittima ma come quello di un uomo che ha scelto da che parte stare, allora io non sono scomparso. Finché ci guardate, noi viviamo.